«Fate qualcosa di destra». La quasi citazione – probabilmente involontaria – di Nanni Moretti arriva da Emanuele Pozzolo (o Pòzzolo, nell’annuncio della voce vannacciana) che dal palco scalda la platea dell’auditorium della Conciliazione per l’arringa finale dell’assemblea costituente del generale Roberto Vannacci. L’invito è rivolto alla destra di governo, troppo timorosa e poco futurista. Insieme al resto della «sporca dozzina» – espressione già logorata per quante volte il generale l’ha impiegata in questi due giorni – tira in ballo ogni slogan di riferimento della destra.

Uno dei più agguerriti è Domenico Furgiuele, che saluta i «camerati», scomoda «Dio, patria e famiglia» e ricorda Sergio Ramelli (boato in sala). C’è il deputato Gianangelo Bof che annuncia che il 14 giugno sostituirà il 25 aprile perché sarà celebrato come «la Liberazione da Bruxelles». Laura Ravetto sciorina il miglior repertorio leghista sul fatto che l’identità di genere si determina col sesso biologico e vuole vedere sua figlia in gonna e non col burqa.

Rossano Sasso, deputato come la collega, denuncia la pena di una vita sotto la «dittatura lgbt» e «l’egemonia culturale della sinistra nelle scuole» e annuncia test psicoattitudinali per i professori. Si aggiunge poi Massimo Arlechino, ormai ex presidente di Indipendenza, il movimento di Gianni Alemanno, per cui parte un caloroso coro. I destri più destri – anche se a sentire i dirigenti di Fratelli d’Italia «non vengono dalla nostra storia, non hanno mai fatto militanza» con l’eccezione di Alemanno, appartenente però a una generazione che «non ce l’ha fatta» – presentano una pagella piena di insufficienze alla maggioranza di governo. Qualcuno dal pubblico arriva a urlare: «Mandiamo a casa la Meloni!»