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Silvia Morosi

Danilo Selvaggi rilegge lo scrittore argentino attraverso i temi della natura: un invito a non illudersi di poter piegare ogni limite alla propria volontà

Il 14 giugno 1986 - quarant'anni fa - moriva a Ginevra per un tumore al fegato Jorge Luis Borges, scrittore argentino, simbolo della letteratura metafisica e labirintica del Novecento. Uno degli aspetti meno conosciuti della sua figura riguarda - però - la cultura ecologica, come evidenziato nel saggio Una stanza nel mondo. Borges, Ireneo Funes e la vertigine della natura (Pandion Edizioni) di Danilo Selvaggi, ambientalista e direttore generale della Lipu - BirdLife Italia.

Al centro del libro c'è uno dei racconti più intensi e amari di Borges: Funes o della memoria, tratto dalla raccolta Finzioni (1944), interpretato da Selvaggi non solo come una «metafora dell'insonnia» (secondo la definizione dello stesso Borges), ma come una vera e propria «metafora dell'ecologia». Al centro della storia, ambientata nella cittadina uruguaiana di Fray Bentos a fine Ottocento, la vicenda di Ireneo Funes, condannato ad avere una prodigiosa memoria che gli permette di cogliere ogni dettaglio di tutto ciò che lo circonda (come ricordare la forma esatta delle nuvole di un giorno preciso, i crini di un puledro, le venature di ogni foglia e fiore osservati, ...), ma essere costretto a letto da una paralisi dopo un incidente a cavallo. Una figura quasi mitica che viene così descritta nel testo originale: «Ireneo aveva 19 anni; era nato nel 1868; mi parve monumentale come il bronzo, ma antico come l’Egitto, anteriore alle profezie e alle Piramidi».