Ogni sera prima di andare a dormire Zainab Nazal, 73 anni, scorre lenta le foto della sua casa distrutta nella città di Srifa, distretto di Tiro, Sud del Libano. I vicini l’hanno chiamata sul cellulare ad inizio aprile. «È andata», le hanno detto. Per mimare la distruzione della casa alza lentamente le braccia e poi, con un colpo secco, le porta verso il basso.Racconta di essere scappata da Srifa nel primo giorno di guerra con il marito Hussein, non vedente dalla nascita, al quale ha dedicato la vita. Arrivata a Beirut, è tornata nel rifugio dove aveva trovato posto nella guerra precedente, nell’autunno 2024, ma questa volta era tutto pieno. Così è andata in uno vicino e da oltre 3 mesi vive nella scuola elementare Shakib Arslan, nella periferia Sud della capitale. Sul volto porta i segni di chi ha vissuto il dramma. Parla spesso a occhi chiusi seduta su una sedia che un tempo accoglieva gli alunni del quartiere. Prima della guerra la struttura ospitava 500 studenti. Oggi dà rifugio a oltre 1.700 persone, la maggior parte bambini e adolescenti. Per ogni aula, divisa in due da una tenda, dormono dalle 8 alle 10 persone. Talvolta nella stessa metà convivono anche due famiglie. Si cerca di raggruppare le persone per parentela o per città di origine. In comune hanno soprattutto la provenienza geografica - Sud di Beirut, Sud del Libano e Valle della Bekaa - e l’appartenenza alla stessa comunità religiosa, quella musulmana sciita.La camera dove dorme Zainab è un ammasso di scatoloni, materassi e coperte. Il caldo estivo di Beirut, con le temperature che superano oltre i 30 gradi, è già arrivato e durante il giorno la stanza diventa invivibile. Dice che poteva andare peggio, che avrebbe potuto trovarsi per strada o in una tenda di plastica sul lungomare, tra smog e traffico. Da qualche settimana manca anche il cibo. Alla scuola arrivano solo pane, uova e patate. Le medicine quotidiane di cui Hussein ha bisogno non bastano e i soldi per pagarle non ci sono. Avrebbe bisogno di 3 scatole al mese, 50 dollari ciascuna, ma il governo libanese non le fornisce, così le porta qualcun altro. Quell’ “altro” sono i «ragazzi» di Hezbollah, come li chiama lei, che lavorano per le decine di associazioni religiose caritatevoli. In questo sostegno si riassume una parte importante del radicamento del partito-milizia, nella sua capacità di sostituirsi alle istituzioni nell’assistenza a una popolazione che da anni vive tra crisi economica, guerre e abbandono statale.«Da quando dormo in questo rifugio il governo libanese ci ha portato solo alcuni pacchi con del cibo nei primi giorni di guerra. Poi basta, nessuno si è fatto più vedere. Viviamo come dei miserabili. Per tutta la mia vita ho vissuto nel Sud e quando mio marito aveva bisogno di cure nessuno del governo mi ha aiutata», dice Zainab. Lei ha attraversato tutta la storia recente del Sud del Libano. La prima invasione israeliana del 1982 contro l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), ben prima della nascita di Hezbollah; l’occupazione israeliana durata diciotto anni; poi la guerra del 2006, più breve ma non meno distruttiva. La sua vita racconta molto di quello che è il Sud del Libano per il governo libanese. Una terra dimenticata, spesso percepita come marginale, che sotto le invasioni e i bombardamenti ha trovato una propria forma di resistenza. “Jnoub”, il Sud, come lo chiamano i libanesi.Ad essere cambiata negli ultimi mesi di guerra è l’intera geografia in questo parte di territorio, in quella che è la più profonda invasione israeliana dall’inizio degli anni Duemila. Le truppe israeliane sono arrivate alle porte di Nabatieh, la seconda città per importanza nel Sud, oltre il fiume Litani, e giorno dopo giorno avanzano mentre le demolizioni degli edifici civili procedono senza sosta. Non è rimasto più nulla dei villaggi di confine, completamente rasi al suolo. Dalle immagini satellitari si vedono solo i carri armati tra le macerie. Gli “ordini di evacuazione” israeliani si estendono ormai anche alle aree dove molte famiglie avevano trovato rifugio, nei pressi del fiume Zahrani, circa 50 chilometri a Sud di Beirut. Il risultato è una nuova ondata di sfollamenti verso Nord di persone già costrette ad abbandonare le proprie case. Il ritorno nel breve periodo non è un opzione e nel lungo termine è vincolato alla ricostruzione. Da questo dipenderà molto del futuro del Libano.I rifugi del Paese sono al collasso per capienze e condizioni umanitarie. In tre mesi di offensiva israeliana 1,4 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Secondo il ministero della Salute libanese oltre 3.600 persone sono state uccise e più di 11.000 ferite, con sempre più civili colpiti e con molte famiglie costrette a seppellire temporaneamente i propri cari, in attesa di poterli riportare un giorno nei villaggi d’origine. Lo scorso 1 giugno un bombardamento israeliano ha colpito la città di Marwanieh uccidendo 6 persone della stessa famiglia che avevano trovato rifugio in città dopo essere state sfollate. Nel pomeriggio dello stesso giorno un drone israeliano ha colpito l’auto su cui viaggiava la studentessa Theodosia Karam, di ritorno dagli esami a Beirut, uccidendo anche il padre e il fratello. Quelli che i comunicati dell’esercito israeliano definiscono «errori» alimentano tra molti libanesi la convinzione che quella israeliana sia una guerra contro l’intero Paese, e non solo contro Hezbollah. È così che l’invasione israeliana in Libano ha tutte le caratteristiche per diventare una guerra duratura.Da un lato l’esercito di Tel Aviv, che nonostante i diversi cessate il fuoco stipulati con il governo libanese continua ad occupare e bombardare il Sud del Libano; dall’altro Hezbollah, che nell’illegale occupazione israeliana trova la ragione d’esistere e continuare a tenere in scacco un intero Paese. A complicare ulteriormente il quadro sono le trattative tra Iran e Stati Uniti. Teheran spinge per l’inclusione del Libano nelle trattative per un cessate il fuoco, una prospettiva che rafforzerebbe la posizione di Hezbollah, alleato strategico del regime iraniano. Israele, invece, considera il fronte libanese una questione separata dal confronto con l’Iran e guarda con sospetto a qualsiasi tentativo di collegare i due scenari. Gli scambi di attacchi tra Iran e Israele rendono però sempre più difficile distinguere i due fronti, intrecciando il conflitto israelo-americano contro l’Iran a quello tra Israele e Hezbollah. Con quest’ultimo indebolito da due anni di bombardamenti, ma ancora in grado di lanciare droni e missili verso il Nord di Israele. Al governo libanese resta il compito di negoziare con Israele senza alcuna reale leva per fermare la guerra e con il diktat israelo-americano del disarmo di Hezbollah, senza i mezzi e la volontà politica necessari. Nel frattempo a morire sotto le bombe continuano a essere i suoi cittadini, al di là delle appartenenze politiche, e i soldati del suo stesso esercito, quasi trenta quelli già uccisi dall'inizio del conflitto.«Ricostruiremo casa, un giorno, se Dio vuole», dice Zainab. È una frase quasi automatica per i libanesi del Sud, abituati a fuggire, tornare e ricostruire. «Ogni giorno penso a tornare a casa mia, a Srifa, anche se sono rimaste solo macerie. Voglio morire lì ed essere sepolta nel mio giardino. Questa guerra è più dura delle precedenti e non finirà in poco tempo». Poi abbassa lo sguardo e scuote la testa, come a cercare qualcosa che non trova, una risposta, un’alternativa. Ma per molti libanesi un’alternativa, semplicemente, non esiste più.