BEIRUT - «Ci stanno trasformando in sfollati a vita. Noi gente del sud vogliamo solo vivere in pace. Tornare alle nostre case. Alla nostra terra».
Sfollato. Per tutta la vita Abbas Sahiri si è rifiutato di accettare questo status. Ha 61 anni. Sa bene cosa vuol dire essere costretti ad abbandonare tutto. È dovuto andare via dal suo villaggio nel 1982, quando gli israeliani avevano occupato tutto il sud del Libano per poi rimanerci 18 anni. Gli toccò la stessa sorte anche nel 2006, durante la guerra d’estate tra Israele ed Hezbollah. E poi ancora nell’autunno del 2024, quando è scattata l’ultima offensiva di terra delle truppe israeliane, terminata con l’accordo di cessate il fuoco firmato il 27 novembre dello stesso anno. Per tutta la sua vita Abbas ha ricostruito ciò che l’esercito israeliano gli aveva distrutto: la casa, le serre, le piantagioni di avocado.
Da due ore è di nuovo uno sfollato. È appena fuggito, ancora una volta, dal suo villaggio, Sir el Gharbiyeh, a sud di Nabatiyeh. Ha viaggiato insieme a un convoglio di famiglie che avevano resistito fino all’ultimo agli ordini di evacuazione diramati dall’esercito israeliano. Abbas assaggia il suo caffè forte dal termos. «Io là ci torno tra tre giorni – assicura –. Devo innaffiare le mie nuove 13mila giovani piantine di avocado. Non posso permettermi di perdere tutto». Con i suoi piccoli occhi scuri si guarda dietro, quasi volesse indicare, alle sue spalle, le file interminabili di auto con le portiere aperte, i tetti sovraccarichi di valigie e i tendoni rudimentali. Dentro le auto i materassi stanno stretti, donne allattano protette dai familiari. Molti sfollati preparano a terra il pasto serale di fine Ramadan davanti a un mare mosso e grigio che pare non voler accogliere.














