La firma del memorandum d’intesa tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran arriverà «molto probabilmente» venerdì. Un esito raggiunto attraverso un drammatico equilibrio tra deterrenza militare e logoramento economico.
Dopo oltre tre mesi di un conflitto iniziato il 28 febbraio, le diplomazie sono riuscite, paradossalmente, a riportare le lancette al 13 giugno 2025, quando i negoziati erano ancora in corso e americani e israeliani non avevano ancora aperto le ostilità frontali contro l’Iran.
Ma arrivare fin qui è stata la parte più facile. Anche se i negoziatori hanno pesato ogni parola, ogni virgola e ogni punto con la precisione dei laboratori di analisi, è evidente che i prossimi 60 giorni sono un campo minato, pronto a saltare in aria da un momento all’altro. Non esistono garanzie né polizze che tengano. Anche ieri i sabotatori hanno tentato.
La giornata di domenica 14 giugno 2026 è iniziata sotto i peggiori auspici. Malgrado la garanzia degli Stati Uniti di includere la cessazione delle ostilità in Libano nell’accordo con l’Iran, l’aviazione israeliana ha sferrato un violento raid aereo su Dahiyeh, la roccaforte di Hezbollah a Beirut, causando 5 vittime civili.
A Teheran, la notizia del raid ha scatenato il caos. Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha minacciato una ritorsione missilistica imminente contro Israele, ritenendo gli Stati Uniti corresponsabili dell’azione. Per alcune ore, lo spettro di un’escalation totale è apparso reale. I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno ordinato la chiusura dello spazio aereo occidentale e la cancellazione di tutti i voli civili, mentre le unità militari venivano poste in stato di massima allerta.










