di
Giorgio Terruzzi
Lewis aveva bisogno di capire come regolare le manopole che segnano ogni rapporto con gli uomini di Maranello ed è stato un regista perfetto
Un regista perfetto. Di se stesso. Dentro questo ritorno in ghingheri di Hamilton c’è una regia accuratissima, il ripristino di un intero repertorio da star consumata. Per ritrovare una forma mentale e poi fisica strepitose, riemerse sin dalla vigilia di questo Mondiale, ha impegnato una gamma di risorse collaudata, la ricetta che l’aveva portato a dominare la scena a suon di titoli iridati. L’inverno per smaltire la convalescenza, dopo le delusioni del suo primo anno in Ferrari, quindi una completa ristrutturazione delle motivazioni profonde.
Aveva bisogno di capire come regolare le manopole che segnano ogni rapporto con gli uomini di Maranello e poi di calibrare i gesti, le parole. Politica, strategia, psicologia, con un obiettivo: accarezzare i nervi sensibili delle figure chiave, di una macchina, di una squadra che dovevano diventare sue. Lewis sembra aver compreso quanto fosse vitale la conquista di una leadership interna che egli stesso, ben prima di ricominciare a correre, ha proclamato ripetutamente. Come se fosse quello l’unico modo per ottenerla di fatto, sul campo. Una risalita culminata ieri con un trionfo che segna non solo la storia di questo campionato. Nulla contro Leclerc che pure l’aveva strapazzato lo scorso anno.














