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V. Mart.

Cambia la cura standard per le donne con carcinoma duttale in situ e lesioni ad alto rischio di recidiva: il farmaco a dosaggio ridotto funziona per la prevenzione di una ricaduta e di un secondo tumore

Uno studio pubblicato sul prestigioso Journal of Clinical Oncology sancisce definitivamente l’ingresso nella pratica clinica del tamoxifene a basse dosi come terapia post-intervento per la prevenzione dei carcinomi mammari duttali in situ, la forma iniziale non invasiva che rappresenta circa il 25% di tutti i tumori alla mammella diagnosticati attraverso lo screening mammografico. Il beneficio del tamoxifene ad alte dosi (ovvero 20 milligrammi al giorno) per cinque anni è noto da decenni, ma il suo impiego clinico è stato limitato dalla tossicità, che include un aumento del rischio di tumore dell’endometrio, tromboembolia venosa, vampate, sintomi ginecologici e disturbi sessuali. Mentre non c'erano finora studi dirimenti sull'efficacia di una dose ridotta per prevenire un'eventuale ricaduta.

Screening con mammografiaLa mammografia viene offerta ogni due anni a tutte le donne di età compresa tra i 50 ed i 69 anni (molte regioni hanno ampliato l'invito a donne più giovani, a partire dai 45 anni, e più anziane, fino ai 75), ma ancora troppe italiane rifiutano. La media nazionale di adesione allo screening mammografico, infatti, è del 49,3%, ma le differenze tra Regioni sono marcate: si passa dall’82,5% della Provincia autonoma di Trento all’8,1% della Calabria. Tutte le Regioni del Sud hanno livelli di adesione inferiori alla media nazionale. Fare regolarmente la mammografia riduce il rischio di morire per tumore al seno del 40%: in caso di esito positivo, viene avviato un percorso di approfondimento diagnostico con altri test di imaging (ecografia, TAC, risonanza magnetica), esame citologico o biopsia. Con una diagnosi precoce, infatti, la malattia viene scoperta ai primi stadi, di piccole dimensioni, quando le possibilità di guarire sono maggiori e può bastare un intervento chirurgico poco invasivo.