Una ricerca finlandese osserva un'associazione tra statine dopo la diagnosi e minore mortalità nei tumori al seno

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Il dettaglio che cambia tuttoPerché contano i sottotipiPiù dose, più segnaleUna compressa già nota, una domanda nuova

Una compressa prescritta per tenere a bada il colesterolo può ritrovarsi, quasi di lato, dentro una cartella oncologica. Succede più spesso di quanto sembri: una donna riceve una diagnosi di tumore al seno e, tra i farmaci che assume già o che inizierà ad assumere, ci sono anche le statine, quelle usate da milioni di persone per ridurre il rischio cardiovascolare. La domanda, per anni, è rimasta lì, scomoda e interessante: quel farmaco agisce solo sulle arterie o può avere un peso anche sull’andamento della malattia?

Un nuovo studio pubblicato su JAMA Network Open ha provato a guardare la questione con una lente più precisa: tipo di tumore, momento di assunzione, dose, sopravvivenza. I ricercatori hanno seguito 7.389 donne con carcinoma mammario in fase precoce, diagnosticate in Finlandia tra il 1995 e il 2013, usando i registri sanitari nazionali, molto dettagliati sulle diagnosi oncologiche e sulle prescrizioni rimborsate. Il risultato più netto riguarda il tempo: le statine assunte dopo la diagnosi risultano associate a una mortalità più bassa, soprattutto nei tumori con recettori ormonali positivi; l’uso precedente alla diagnosi, invece, non mostra lo stesso segnale.