Figlio di un papà che aveva già vissuto sulla propria pelle la maledizione Knicks dell’anello perduto e del pregiudizio di essere troppo basso per fare davvero la differenza, Jalen Brunson si è preso tante rivincite in un colpo solo. O meglio, in due titoli in un semestre: quanti la New York che non vinceva più nel basket dal 1973 ne ha intascati in questa stagione pigliatutto, ingurgitando prima l’antipasto della Nba Cup e ora il piatto forte dell’anello da campioni. «Ho realizzato quello che sognavo da bambino», le prime parole con le lacrime agli occhi, bagnato dallo champagne dei compagni, mentre nell’Arena di San Antonio risuonavano solo le urla dei tanti, tantissimi, forse addirittura troppi, tifosi dei Knicks in trasferta. Il grande artista, mattatore da 45 punti nella risolutiva Gara-5, ha completato l’opera di una serie straordinaria (32.6 punti, 4.2 rimbalzi e 4.6 assist di media giocando quasi 40 minuti a partita) con la terza prestazione personale di sempre in una finale, uguale nel bottino al referto del “The Last Shot” di Michael Jordan nel 1998, e il quarto titolo di Mvp per un giocatore al di sotto dei 190 cm (1,88) di altezza, impresa che era riuscita a piccoli grandissimi uomini come Isiah Thomas, Steph Curry e Tony Parker. La scelta del cuore «Sapevo che ce l’avremmo fatta», il pensierino recapitato da Brunson dopo un quarto quarto eroico da 15 punti. Sogno finalmente realizzato, ma già immaginato dal 2022, anno dell’arrivo a New York da free agent. Per soldi, siglando un quadriennale da 104 milioni di dollari, e anche perché Dallas non voleva (a torto) far lievitare troppo il conto in banca di chi quattro anni prima era stato scelto al Draft con il numero 33, ma anche per chiudere un cerchio di famiglia. Jalen intravedeva nei Knicks la possibilità di arrivare, prima o poi, a quell’anello che papà Rick, ora vice allenatore di coach Mike Brown e primo a fare festa, sfiorò in finale con la canotta di New York proprio contro gli Spurs nel 1999. Pensiero stupendo dimostrato anche con fatti concreti nel 2024, rinunciando a un’estensione contrattuale da 269 milioni di dollari per accontentarsi di 156,5 e lasciarne sul tavolo 113: risparmio personale che ha finanziato gli approdi delle stelle Karl-Anthony Towns e Mikal Bridges. Scommessa pagata di tasca propria da Brunson, ma vincente. Forse dettata anche da quanto già fatto al college con Josh Hart e lo stesso Bridges, altre due colonne portanti dei Knicks resuscitati. Un’ossatura, ribattezzata “Nova Knicks”, testata nei due titoli Ncaa (2016, 2018) vinti a Villanova e giunti, per una strana coincidenza geografica, sempre in Texas. «Proprio per questo ho scelto New York», l’urlo liberatorio di Jalen, uomo franchigia da almeno 26 punti di media stagionali per tre anni di fila. Un pezzo di Little Italy Nella festa dei Knicks non più maledetti c’è anche un pezzo di Little Italy dei canestri: Riccardo Fois, assistant coach di Mike Brown, diventa il terzo italiano a infilarsi l’anello di campione. «Far parte di questa storia rappresenta l’emozione di una vita intera», le parole dell’amico e compagno di squadra di Datome alla Santa Croce Olbia nonché membro dello staff tecnico della Nazionale, risarcito dopo la beffa in finale del 2021 ai tempi dei Phoenix Suns. Fois, cantando “New York, New York”, entra in una élite ristrettissima, composta da Marco Belinelli (unico giocatore campione nel 2014 con San Antonio) e Sergio Scariolo (assistente dei Toronto Raptors vincenti nel 2019).