Mentre Trump spera nella ciliegina sulla torta del suo 80mo compleanno e l’Iran tergiversa, il balletto di conferme, precisazioni e smentite sta trasformando in un happening mondiale la sigla degli accordi per interrompere le ostilità fra Washington e Teheran. Ma dietro le quinte, in tutte le capitali coinvolte, i contrari all’accordo remano nella stessa direzione. L’analisi di Gianfranco D’Anna

«Quasi», «forse», «serve tempo», «non basta»: da settimane a Teheran fra i vertici del regime rimbalzano termini dilatori che mimetizzano l’opposizione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche a qualsiasi accordo di pace con gli Stati Uniti. Ma la svolta dei negoziati ha nemici palesi e occulti anche a Gerusalemme e Washington.

Una sorta di triumvirato della guerra, con finalità diverse ma oggettivamente convergenti, del quale il Wall Street Journal indica come terminale iraniano il 67enne generale Ahmad Vahidi, comandante in capo dei Pasdaran.

Nel corso della guerra, fino all’abbattimento dell’elicottero Usa e all’ultimo lancio di missili balistici contro Israele, Vahidi ha sistematicamente scavalcato il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, e tuttora comanda le forze iraniane che controllano lo Stretto di Hormuz, la carta vincente del regime nei negoziati.