Mi disse Manganelli «Faccio teatro di parola», collocandosi a grande distanza dalla semiotica teatrale che imperversava nelle università italiane negli anni settanta-ottanta. Per me la sua parola era stata sempre teatrale: sorprendente, ricca di senso, esotica. Cercai qualche definizione e la trovai in «Parole infinite», pubblicato postumo in Il rumore sottile della prosa (Adelphi 1994). «C’è una natura vegetale delle parole che si consegna con difficoltà, solo al rilettore accanito… se leggiamo più volte il primo capoverso dei Promessi Sposi – un luogo comune – ci accorgiamo che le parole via via si spogliano del loro significato, e riappaiono come allusione, suono, e tessuto di ritmo; e quando avremo finito per la terza volta i Promessi Sposi non ci ricorderemo più di Don Rodrigo e nemmeno di Renzo, ma avremo nella mente uno straordinario tessuto di cerimonie, danze, magie, ombre e luci».
Luca Scarlini ha raccolto il teatro esplicito e implicito di Manganelli, testi, traduzioni, teorie, monologhi, duologhi, interviste, in Tutto il teatro, pubblicato da Cue Press, formato di circa 30×20, grafica elegante (pp. 602, € 54,99). L’informatissima introduzione dello stesso Scarlini celebra Manganelli come drammaturgo originale nel quadro della produzione italiana dell’epoca.









