Ragáda. Lacerazioni, fessure, smagliature – traduce il Rocci, il vecchio vocabolario di greco del ginnasio. Si è percorsi da un brivido davanti a questa parola che arriva, intatta nel suo uso, da una distanza di migliaia di anni. E non solo per dire la traccia lasciata sulla pelle da una ferita rimarginata ma ancora visibile, come ce l’ha offerta Mario Banushi. Ma sono anche, quelle fessure, gli spazi sottili che si aprono per entrare in mondi meno frequentati dalla cultura dello spettacolo, saperi diversi da quelli codificati, viaggi in paesi lontani. Percorsi sintonizzati su una tonalità minore, per rubare la bella espressione scelta da Koyo Kouoh, In minor keys, quale titolo della mostra realizzata per la Biennale arte. La più coinvolgente che ricordiamo in anni recenti.
LONTANI da dove, ci si torna a chiedere davanti ai molti viaggi intrapresi anche dalla Biennale teatro. Perché la lontananza implica inevitabilmente anche un punto di partenza dello sguardo. Da dove guardiamo ciò che si manifesta davanti a noi. Viaggi per mare come quello compiuto in Hikayat Perahu, ovvero il racconto della barca, dalla compagnia indonesiana Bumi Purnati diretta da Sri Qadariatin, attrice di Bali che ricordiamo molto giovane al lavoro con Robert Wilson nel non dimenticato I La Galigo. Viaggio simbolico naturalmente, non privo di perigli avendo come meta la vera fede, con accenti spirituali di cui però resta assai poco nei lunghi canti purtroppo tradotti da scarni riassunti nei soprattitoli.








