“Alter Native”, la 54esima Biennale, guidata da Willem Dafoe, è ancorata al “cambiamento” e alla “natura”. Con registi come Mario Banushi e Lemi Ponifasio si mette al centro la potenza espressiva dei gestiUn flusso di parole, un’onda vocale a tratti di gruppo, o in forma di monologo, spesso sorretta da solide, ma anche sbilenche drammaturgie che racconta orazioni civili, storie vere oppure immaginate: tutto ciò sembra essere tornato in auge nel teatro contemporaneo di prestigio o commerciale, con un alto tasso di noia. Non così in tutti i palcoscenici o in taluni festival in corso, come la Biennale Teatro dal titolo Alter Native (sino al 21 giugno). L’idea provvidenziale di questa parola divisa aPer continuare a leggere questo articoloSei già abbonato?Marinella GuatteriniLaureata, giornalista professionista, firma della critica di danza (Unità, Sole 24 Ore, Foglio ecc.). Saggista, docente di teoria/estetica danza a: Dams/Alma Mater Studiorum (Bo), Università Cattolica (Mi), Université Paris III - La Sorbonne e tuttora Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi”(Mi). Consulente del Teatro alla Scala,cura i programmi di sala di balletto.
Corpo, famiglia e alterità: il teatro si ritrova in Laguna
“Alter Native”, la 54esima Biennale, guidata da Willem Dafoe, è ancorata al “cambiamento” e alla “natura”. Con registi come Mario Banushi e Lemi Ponifasio si mette al centro la potenza espressiva dei gesti












