Tutto succede molto in fretta. Sono i primi anni venti del nuovo secolo, anni di pandemia. I teatri sono stati chiusi. Un giovane artista poco più che ventenne presenta all’interno di un appartamento di Atene il suo primo lavoro teatrale. Si intitola Ragada. È il primo capitolo di quel «romance familiare» che abbiamo già cominciato a raccontare, partendo dal momento centrale, lo straordinario Goodbye, Lindita che poco tempo dopo, nel 2023, segna l’affermazione sulla scena internazionale di Mario Banushi. E ora ritroviamo alla Biennale di Venezia. Se è vero che bisogna sempre risalire agli inizi per comprendere la traiettoria di un artista, quelli del giovane theatermaker greco-albanese (ventotto anni ancora da compiere) sono esemplari e ci ricordano sul filo della nostalgia i tanti giovani prodigiosi che abbiamo conosciuto.ù

LEGGO che «ragada» si potrebbe tradurre come smagliature, per dire la traccia lasciata sulla pelle da una ferita rimarginata ma ancora visibile. Se è così, potrebbe dare il titolo all’intera trilogia, o meglio al contenuto che questa chiede allo spettatore di condividere. Meglio certo del richiamo al «romance», a un genere letterario gonfio di passioni e sentimenti che rischia di portare su una pista sbagliata. Quelle smagliature le conosciamo tutti. Le sue Banushi le ha esposte con esemplare misura nel breve racconto che ha fatto di sé, questo sì familiare, della fuga dei genitori dal paese di origine e la difficile integrazione in quello nuovo, ce n’è traccia anche in Ragada, prima di arrivare al Leone d’argento della Biennale.