Talentuoso, brillante, intelligente, profondo, creativo. Signore e signori, ecco Mario Banushi, drammaturgo e regista greco (di origine albanese). Ventotto anni, beato lui, e un mucchio strabordante di idee che colpiscono come martellate lo spettatore. Alla Biennale di Venezia Banushi porta un racconto per immagini scritto sul corpo e sulla casa, dentro stanze che sembrano chiudersi e aprirsi da sole, tra riti funebri, memorie sussurrate e apparizioni che scompigliano la realtà. Alla Biennale Teatro diretta da Willem Dafoe, ha ricevuto un meritatissimo Leone d’argento, come meritatissimo è il leone d’oro andato alla nostra Emma Dante. Qui a Venezia presenta per la prima volta come corpo unico la trilogia - metà biografia immaginaria, metà vissuto ferito e ricostruito con intelligenza - composta da Ragada, Goodbye, Lindita e Taverna Miresia. Un teatro muto o quasi, fatto di gesti, sguardi, oggetti. Un universo quasi interamente femminile, dove la figura maschile esiste come celebrazione di un’assenza.
Ragada (in italiano, “Smagliature”) nasce nel 2020, durante la pandemia, dentro l’appartamento di Atene dell’artista. Il titolo indica le cicatrici rimarginate ma ancora visibili. Alla Biennale, lo spazio originario è reinventato in una sala antica di un palazzo (fantastico) di San Polo, vetrate oscurate e un arredo povero: tavolo, due sedie a stecche, un tappeto, un aspirapolvere, un frigorifero che si apre da solo come un varco. Una donna anziana in camicia da notte, l’attrice Rita Litou, e un ragazzo molto più giovane, Banushi stesso, siedono al tavolo; lui la imbocca, lei guarda, poi si sdraia supina come per offrire il corpo al racconto. L’unica voce è registrata: dal cellulare la madre narra il parto di Anastasia, nome che ritroveremo alla fine della trilogia. Intanto una donna in abito nero avanza lentissima cantando, e parte Blue Velvet, che trascina con sé la memoria lynchiana. Lo spazio domestico è assediato da un fuori che fa irruzione a lampi: ingressi e uscite fuori campo, figure che appaiono e scompaiono, l’ultima una giovane sposa in abito bianco con lungo strascico che si apre come coda di pavone e insieme porta un lutto, fino a scivolare dalla finestra verso il canale.










