Se la palermitana Emma Dante, il cui percorso si suddivide fra teatro, cinema e regia lirica, è nome già noto a livello internazionale della drammaturgia contemporanea, quello di Mario Banushi si è invece imposto con forza durante questo Festival, non solo tra gli addetti ai lavori. E la cerimonia di premiazione dei Leoni della Biennale Teatro, diretta da Willem Dafoe che ha voluto come programmatico titolo "Alter Nation", si è aperta ieri proprio con la consegna del Leone d'argento al giovane drammaturgo e attore greco albanese, nato negli anni Novanta. In sala, a Ca' Giustinian, anche la direttrice d'orchestra Beatrice Venezi che poi è andata a Verona per la prima della "Traviata" all'Arena.
ALBANIA «Il suo approccio al teatro totale - ha esordito Dafoe - mi colpisce direttamente al cuore, la sua famiglia diventa la mia famiglia, il suo passato diventa il nostro passato, l'altro diventa noi Mario è giovane, il suo lavoro è appena iniziato, e sono molto felice di sostenerlo con questo meritato Leone d'argento, e per quanto io potrò fare». «Vorrei raccontarvi una breve storia», ha esordito commosso Mario Banushi, inoltrandosi nella sua infanzia, quando i genitori ventenni scelsero l'esodo abbandonando un'Albania in guerra per affrontare un possibile mondo migliore, salpando per la Grecia. Infanzia non facile, quella del giovane Mario, con insegnanti che denigravano il suo futuro, e compagni che bullizzavano l'amico "straniero": «Ho nascosto le mie origini e la storia della mia famiglia - ha proseguito - perché me ne vergognavo, ma quello che non sapevo allora, era che proprio ciò di cui mi vergognavo un giorno mi avrebbe portato qui, a ricevere un così importante premio. Sognare, mai smettere di sognare, io ne sono la prova». In sala anche la madre, salita con Banushi sul palco. E il primo "sogno" cui si è ispirato è proprio quello vissuto dai genitori: «Nonostante le avversità continuava a crescere, e quel sogno era più forte della loro paura; perché anche loro avevano il diritto di sognare e, molto spesso, chi viene dalla guerra porta con sé i sogni più grandi e più belli, perché talvolta sono l'unica cosa che nessuno potrà mai portare via». Prima di consegnare il Leone d'oro alla carriera ad Emma Dante, è intervenuto un suo conterraneo, il siciliano Pietrangelo Buttafuoco presidente della Biennale, per ricordare quattro "fantasmi" idealmente aleggianti attorno al lavoro della regista: Giambattista Basile, Michele Amari, Luigi Pirandello, Angelo Musco. A Venezia, Emma Dante già più di vent'anni fa aveva portato in scena un racconto di Tommaso Landolfi, sempre alla Biennale Teatro; e il suo primo romanzo, "Via Castellana Bandiera" si era tramutato in pellicola presentata alla Mostra del Cinema edizione 2013. Qui, nel 2020, anche la trasposizione filmica dello spettacolo "Le sorelle Macaluso". LA SCOPERTA Dafoe ha confermato di aver scoperto il lavoro della Dante poco dopo il suo trasferimento in Italia, circa vent'anni fa. «Mi colpì subito l'uso intenso e vibrante dei corpi degli attori, una fisicità estrema che, per certi versi, mi ricordava i primi lavori che facevamo a New York con The Wooster Group, e che al tempo stesso richiamava il percorso creativo di Jerzy Grotowski e Ryszard Cielak». Altre note della vincitrice: «Saper creare comunità» e «la capacità di dare vita ad un proprio linguaggio, di radicarsi nella sua città, Palermo, e nella tradizione siciliana, per poi smontare e reinventare completamente tutto». In piena sintonia con il titolo del Festival, "Alter Nation", che apre il proprio sguardo a partire dall'identità da cui si proviene: senza esimersi dall'affrontare temi scomodi e dolorosi. Nel ringraziare Dafoe, Emma Dante ha ricordato come il celebre attore statunitense si era materializzato tra il pubblico durante l'allestimento di uno dei suoi primi lavori, non ancora famosa, testimoniando così una forte passione e curiosità verso il mondo del teatro, ben oltre la mera professione. E ricordando come un traguardo così importante quale il Leone d'oro alla carriera, non possa che essere condiviso con l'intero gruppo di lavoro, che si tramuta in una famiglia. Senza esagerazione, una piccola "polemica di genere" Emma Dante l'ha aggiunta nel finale: «Vorrei essere ricordata in futuro per questo riconoscimento, come vorrei lo fossero tutte le donne insignite di riconoscimenti. Vige ancora, anche in forma involontaria, la cattiva abitudine di citare sempre, per primi, nomi maschili di vincitori»











