Sopite un po’ le urla dei bellicosi, ostili a tutto ciò che richiami la parola Russia, tocca al teatro riportare la Biennale di Venezia ai valori originari della libertà artistica, con un programma sconfinato che spazia da un continente all’altro e la premiazione finalmente di due artisti incontestabili. Il festival si è aperto con il Giappone di Miyagi Satoshi e del suo Mugen Noh Othello (leggete la bella intervista di Cristina Piccino su Alias), allievo e continuatore del quasi mitologico Suzuki Tadashi che si era conosciuto a metà dei lontani anni ottanta proprio alla Biennale veneziana, quando trasferiva la tragedia greca e non solo all’interno della tradizione di Nō e Kabuki, le due espressioni del teatro classico giapponese.

Leone d’oro a Emma Dante, un nome che non ha bisogno di presentazioni. Scoperta più recente è quella del giovanissimo Mario Banushi, autore e regista (ma anche nel suo caso le due qualifiche si confondono) non ancora trentenne, emerso in pochi anni sulla scena internazionale con un «romance» sviluppato in più capitoli che parte dal vissuto personale per inventare un linguaggio scenico tutto suo, come si era potuto constatare già in Mami, la creazione più recente vista all’ultima Triennale di Milano. Qui a Venezia si potrà vedere per la prima volta tutt’intera la trilogia, da Ragada allestito come in origine all’interno di un appartamento a Taverna Miresia, ultimo capitolo che si vedrà nel fine settimana; e ha in Goodbye, Lindita il tratto intermedio forse rappresentativo anche degli altri.