Scaffale Intorno al volume «Roland Barthes. Il gesto della voce», di Marco Pacioni, edito da Feltrinelli
«Il linguaggio non è reazionario o progressista; è semplicemente fascista», affermava Roland Barthes nel gennaio 1977, inaugurando le sue lezioni al Collège de France. La ricca e intrigante ricostruzione dell’opera barthesiana intrapresa da Marco Pacioni (Roland Barthes. Il gesto della voce, Feltrinelli, pp. 272, euro 17) si apre con le parole con cui Barthes attribuiva alla lingua una natura «terroristica», e si completa proprio con quella sentenza di fascismo. Essa non è riconducibile tanto a una censura o a una riduzione al silenzio. Tutt’altro: la lingua è fascista non perché annichilisce l’espressività, bensì perché costringe a dire. Se il linguaggio, inteso come capacità umana non cristallizzata in un sistema, può perfino essere pensato come un orizzonte di libera scoperta, la lingua, la sua sintassi, le sue «regole severe di combinazione» sono vere e proprie leggi, che certo permettono la comunicazione, proprio come politiche di sicurezza tutelano l’incolumità; ma chi se ne serve, chi così pretende di garantire consistenza al proprio messaggio altrimenti sfuggente, chi nella codifica della propria emissione vocale cerca di riflesso un’identità per se stesso, infine si ritrova imprigionato, limitato, individuato.






