La scomparsa della fumettista e regista Marjane Satrapi, raccontata dai familiari come avvenuta dopo un lungo periodo di sofferenza per la perdita del marito, ha riacceso l'interesse per un tema studiato anche dalla medicina
Si può davvero morire per amore? La domanda accompagna da secoli racconti, romanzi e tragedie, ma negli ultimi anni è diventata anche un tema di interesse per la comunità scientifica. A riportare il tema al centro dell’attenzione è stata nelle scorse settimane la morte di Marjane Satrapi, raccontata dai familiari come avvenuta poco più di un anno dopo la scomparsa del marito. Una narrazione che ha inevitabilmente riacceso il dibattito su quanto ci sia di reale dietro espressioni come «morire di crepacuore» o «lasciarsi andare per il dolore». La risposta della scienza è meno romantica ma non per questo meno interessante: se nessuno muore letteralmente per amore, esistono condizioni cliniche e meccanismi biologici attraverso cui uno stress emotivo particolarmente intenso può avere effetti concreti sulla salute fisica.
Morire per amore, la sindrome di Takotsubo
La condizione che più si avvicina all’idea di «morire di crepacuore» esiste davvero e in medicina ha un nome preciso: sindrome di Takotsubo, o «sindrome del cuore infranto». È una forma di cardiomiopatia acuta che può comparire dopo un forte stress emotivo, come un lutto o la perdita di una persona amata. Chi ne soffre può avvertire dolore toracico improvviso, difficoltà respiratoria e palpitazioni, sintomi spesso indistinguibili da quelli di un infarto. La differenza è che le arterie coronarie non risultano ostruite. Secondo l’ipotesi oggi più accreditata, all’origine del fenomeno vi sarebbe una massiccia scarica di ormoni dello stress, come adrenalina e noradrenalina, capace di alterare temporaneamente la funzione del muscolo cardiaco. Negli ultimi anni la ricerca ha inoltre chiarito che non si tratta di una condizione sempre benigna. Un’analisi dell’International Takotsubo Registry, pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology e basata su oltre 1.600 pazienti, ha mostrato che la mortalità a lungo termine «può essere paragonabile a quella osservata dopo una sindrome coronarica acuta».










