Il 4 giugno 2026 Marjane Satrapi è morta. La famiglia riferisce sia «morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita». La notizia mi ha lasciata affranta, come avessi perso un’amica o una di famiglia.

In questi giorni, moltissimi giornali e diversi programmi televisivi e radiofonici l’hanno ricordata. Sono state ricostruite le tappe della sua carriera, si è raccontata la sua opera e il suo impegno per l’Iran e le donne del movimento Donna, Vita, Libertà. Altri hanno esaminato gli aspetti della sua morte, passando dal più romantico e commovente “morir d’amore” all’aspetto invece clinico della depressione dovuta al dolore psicologico e affettivo; dolore che si fa fisico e che agisce sul metabolismo dell’individuo comportando danni gravi e irreversibili.

Ho incrociato Marjane Satrapi a Strasburgo, nel 2019, invitate allo stesso festival da associazioni diverse. Ci siamo solo salutate e confesso che l’ammiravo troppo per osare rubarle tempo in quella circostanza. Era l’invitata d’onore e presentava i vignettisti vincitori di un premio promosso da Courrier International. Trapelava, in quel suo muoversi sul palco, una certa timidezza mista al piacere, alla gratificazione per il ruolo di “madrina”, compito che svolgeva con naturale gentilezza.