Marjane Satrapi è stata una poeta del fumetto. Una delle maggiori al mondo. E in un modo da poeta a volte malinconica qual era, l’autrice di Persepolis ci ha lasciati a soli 56 anni. “È morta di tristezza – hanno annunciato i suoi cari – poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita”. Lei stessa, poco dopo la morte a 53 anni di Mattias, attore e produttore svedese, aveva pubblicato su Instagram dieci post consecutivi, uno per lettera, più due fotografie: “For I lost the love of my life“.
In uno dei suoi rari romanzi a fumetti (in tutto, appena tre), Pollo alle prugne (2004), il terzo della serie dopo Persepolis e Taglia e cuci, Marjane aveva raccontato la storia di un prozio, Nasser Ali Khan, suonatore di un antico strumento a corde, il tar, e andato in depressione, fino alla scelta di lasciarsi morire, per la disperazione causata dalla rottura dell’amato e insostituibile strumento, un incidente che aveva risvegliato nel suo cuore il ricordo di Irane, il suo grande ma negato amore giovanile.
Persepolis, capolavoro di Marjane Satrapi
Morire di tristezza, dunque, è possibile, e può accadere anche a persone, come Marjane Satrapi, che affrontano la vita con coraggio e intraprendenza, sfidando il potere costituito e anche le convenzioni, i luoghi comuni, le aspettative sociali. Era accaduto qualcosa di simile, per citare una grande donna del ’900, a Simone Weil, la filosofa e attivista morta in Inghilterra di frustrazione e consunzione nel 1943, in piena guerra, ad appena 34 anni.











