Marjane Satrapi aveva capito prima di molti altri che l’Iran non poteva essere raccontato soltanto attraverso i suoi Ayatollah, il nucleare, le sanzioni o le piazze in fiamme. Per capire davvero la Repubblica islamica bisognava entrare nelle case, nelle scuole, nelle famiglie, nelle stanze delle adolescenti, nei piccoli gesti con cui una società prova a restare viva mentre il potere pretende di ridefinirla. Persepolis nasceva da lì: non da una teoria politica, ma da una memoria privata diventata racconto collettivo. La morte di Satrapi chiude una vita, ma non chiude il racconto. Anzi, lo rende ancora più necessario. Perché oggi, mentre una nuova generazione di iraniane e iraniani sfida la Repubblica islamica, rifiuta il velo imposto, contesta la polizia morale, grida “Donna, vita, libertà”, Persepolis torna a essere non solo un’opera letteraria, ma una chiave politica. Racconta da dove viene l’Iran che oggi molti giovani vogliono superare. Racconta la nascita di quella macchina ideologica che, in nome di Dio, ha occupato i corpi, le scuole, le strade, le case, il linguaggio. Satrapi nacque nell’Iran dello Shah, ma crebbe nell’Iran di Khomeini. E questa frattura è il centro della sua opera. La rivoluzione del 1979 era stata, per molti iraniani, una promessa di liberazione: contro l’autoritarismo monarchico, contro la repressione politica, contro la dipendenza dall’Occidente.