Ieri Tommaso Cerno, che è diventato uno zelante menestrello di Giorgia Meloni, ha scritto un editoriale dal titolo “La moglie del soldato” (se non avete visto il film di Neil Jordan, che Cerno cita con delicatissima allusione: è una moglie transgender). Nell’articolo si accusa Roberto Vannacci di avere prescelto Elly Schlein come «compagna e concubina politica» – ecco a voi la moglie del soldato – e di volere con lei «contribuire a riempire l’Italia delle persone che (a parole) odia», perché «ormai Vannacci è alleato della sinistra» ed è «in campo per aprire le porte agli islamisti e per presentarsi in tv a parlare male degli omosessuali (…) salvo poi finire per finanziare con i suoi voti il Gay Pride di Alessandro Zan. Insomma, una specie di Badoglio dei nostri giorni».
L’articolo di Cerno è il greve e coerente complemento del j’accuse pronunciato il giorno prima da Meloni alla Camera contro il generale e la sua ghenga parlamentare in un clima infuocato e segnato da reciproche accuse di tradimento. La tesi di Meloni – «Non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra» – non è che Vannacci abbia scelto una contrapposizione estremistica e inaccettabile alla destra di governo, ma che abbia deciso di boicottare, tradendo i valori che dichiara di professare, l’azione di un esecutivo che si muove in realtà in perfetta coerenza con essi.










