Sul quotidiano Libero del 13 giugno, giorno della convention di Futuro Nazionale, appare una vignetta raffigurante il generale Roberto Vannacci e Laura Ravetto in maglietta rossa con effigie del Che, entrambi impegnati in un bel pugno chiuso.
Era prevedibile, dopo l’attacco della stessa Giorgia Meloni addirittura in Parlamento, che dalla stampa di destra partisse come una sola falange il grido: “Vannacci comunista”. Ma il disegno del quotidiano, ora tornato diretto da Alessandro Sallusti, mi ha ricordato la propaganda del Pci degli anni Cinquanta. Anche allora, chiunque uscisse dalla linea decisa dal partito, veniva dipinto come un fascista - e a quei tempi, per il Pci, “fascista” era pure la Dc di Alcide De Gasperi, almeno sul piano propagandistico. Il tutto accompagnato da un armamentario linguistico che, probabilmente senza rendersene conto, a destra anche oggi ripetono: mi è capitato persino di leggere che Vannacci sarebbe “oggettivamente” un alleato della sinistra, un avverbio classico nel discorso staliniano, dove chi non stava nel Partito, diventava un “nemico oggettivo” della classe operaia e un servo dei fascisti. Il che mi fa pensare, a proposito del dibattito sulla “vera destra”, che non saprei chi tra meloniani e vannacciani la incarni, ma so per certo che il pensiero politico di destra in Italia è talmente evanescente che è costretto, quando essa si divide, a prendere, ovviamente in modo inconsapevole, a prestito il linguaggio dalla sinistra. Se non è egemonia culturale questa.











