L’incapacità di aderire al mondo e alle sue contingenze e un certo grado di intollerabilità che suscita la vita sono sempre state proprie di tutti gli artisti. Chi si fosse sottratto dalla società per aderire alle esigenze del lavoro artistico avrebbe dovuto, secondo Jung, risarcirla portandole in cambio valori sostitutivi: una specie di rituale compensatorio in grado di alleviare l’inevitabile senso di colpa del soggetto che si isola. Questo scambio virtuoso avrebbe al tempo stesso consentito alla società un’estensione di allegorie della propria condizione. E cioè le opere artistiche. Al giorno d’oggi naturalmente il divario tra colui che crea e il cosiddetto uomo comune si è ridotto: gli scrittori, i filosofi, i poeti sono sempre meno inclini a rinunciare alla sicurezza dei codici collettivi, al grado di protezione che forniscono la famiglia, il matrimonio, il lavoro, una certa presenza all’interno della sfera pubblica. Nessuno sembra più incline a considerare l’angoscia o la solitudine come valori di per sé.

ECCO PERCHÉ il testo di Marco Manzoni, Creazione e mal-essere. Quando la solitudine diventa arte (Moretti&Vitali, pp. 272, euro 22) rappresenta un inatteso, in un certo senso insperato elogio del sentimento di infelicità connaturata a certe figure topiche della cultura occidentale: da Kafka a Hölderlin, da Nietzsche a Marguerite Yourcenar. Il volume in realtà era già apparso nel 1989, e il fatto che venga riproposto a distanza di anni conferma la propensione di Manzoni a mettere insieme, a unire sintagmi concettuali di autori apparentemente distanti tra loro.