C’è una solitudine di cui si parla poco. Non quella dell’anziano rimasto solo, non quella del migrante lontano dai suoi, non quella, pure reale, di chi non riesce a costruire legami affettivi. Una solitudine più silenziosa, più difficile da nominare, che attraversa le vite di milioni di persone in età lavorativa: la solitudine del pensiero in ambito professionale. Quella di chi, dentro una carriera, dentro una traiettoria di vita lavorativa, non trova con chi confrontarsi davvero. Non trova un interlocutore che possa offrire non consigli astratti ma esperienza incarnata.
È una solitudine che tocca il giovane laureato che non sa da dove cominciare, incerto su quale porta bussare in un mondo del lavoro che sembra parlare una lingua diversa da quella appresa sui libri. Ma tocca anche il cinquantenne di solida esperienza che si ritrova a un bivio, che sente di avere ancora molto da dare e non sa come orientare quella ricchezza accumulata in decenni di professione. Tocca il quarantenne nel mezzo di una trasformazione di settore che non capisce fino in fondo e in balia di aspettative che sembrano ancora assai lontane. Tocca, in definitiva, chiunque abbia bisogno — in un momento cruciale della propria vita lavorativa — di un interlocutore vero. Il paradosso è che questa solitudine esiste spesso dentro reti sociali apparentemente dense. Chi la vive ha amici, una famiglia, dei colleghi.







