A sessantacinque anni dalla morte, Carl Gustav Jung continua a occupare un luogo singolare nell’immaginario contemporaneo, ben oltre i confini della psicoanalisi. Per alcuni resta un visionario, per altri una figura controversa. Eppure, al di là delle caricature e delle semplificazioni (dalle biografie romanzate alle trasposizioni cinematografiche come A Dangerous Method di David Cronenberg), continua ad essere una delle grandi figure intellettuali del Novecento. Come osserva Stefano Candellieri, fu un intellettuale omericamente “polìtropo”, cioè dal multiforme ingegno: clinico rigoroso, sperimentatore innovativo, pensatore capace di attraversare discipline e linguaggi diversi senza mai ridurre la complessità dell’esperienza umana a un sistema chiuso. La sua influenza, infatti, non si limita al mondo clinico, e il suo pensiero ha attraversato filosofia, antropologia, arte, letteratura, studi religiosi, neuroscienze e teoria politica, continuando ancora oggi a offrire strumenti per interpretare il disagio contemporaneo (non solo psichico). In Ricordi, sogni, riflessioni, curato con Aniela Jaffé, Jung scriveva: «Ho visto persone diventare nevrotiche quando si accontentavano di risposte inadeguate o sbagliate alle domande della vita. Cercano posizione sociale, matrimonio, reputazione, successo esteriore o denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando ottengono ciò che stavano cercando». Jung descrive individui apparentemente realizzati, perfettamente integrati e persino vincenti secondo i parametri della modernità, ma vuoti. Persone che inseguono obiettivi socialmente riconosciuti senza interrogarsi davvero su chi siano. E questo passaggio colpisce ancora oggi per la sua lucidità.
A lezione da Jung: “La conoscenza di sé è un veleno che non tutti possono assumere”
A sessantacinque anni dalla morte, Carl Gustav Jung continua a occupare un luogo singolare nell’immaginario contemporaneo, ben oltre i confini della psicoanalisi. Per alcuni resta un visionario, per altri una figura controversa. Eppure, al di là delle caricature e delle semplificazioni (dalle biografie romanzate alle trasposizioni cinematografiche come A Dangerous Method di David Cronenberg), continua ad essere una delle grandi figure intellettuali del Novecento. Come osserva Stefano Candellieri, fu un intellettuale omericamente “polìtropo”, cioè dal multiforme ingegno: clinico rigoroso, sperimentatore innovativo, pensatore capace di attraversare discipline e linguaggi diversi senza mai ridurre la complessità dell’esperienza umana a un sistema chiuso. La sua influenza, infatti, non si limita al mondo clinico, e il suo pensiero ha attraversato filosofia, antropologia, arte, letteratura, studi religiosi, neuroscienze e teoria politica, continuando ancora oggi a offrire strumenti per interpretare il disagio contemporaneo (non solo psichico). In Ricordi, sogni, riflessioni, curato con Aniela Jaffé, Jung scriveva: «Ho visto persone diventare nevrotiche quando si accontentavano di risposte inadeguate o sbagliate alle domande della vita. Cercano posizione sociale, matrimonio, reputazione, successo esteriore o denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando ottengono ciò che stavano cercando». Jung descrive individui apparentemente realizzati, perfettamente integrati e persino vincenti secondo i parametri della modernità, ma vuoti. Persone che inseguono obiettivi socialmente riconosciuti senza interrogarsi davvero su chi siano. E questo passaggio colpisce ancora oggi per la sua lucidità.









