Sono passati cinquant’anni dalla morte di Martin Heidegger (26 maggio 1976), il filosofo forse più noto e più controverso del nostro tempo. Potrebbe essere l’occasione per fare un bilancio della sua eredità, a livello testuale (la sua “Opera completa” contiene più di 100 volumi) e a livello dell’influsso esercitato su molti filosofi, quelli che si sono messi sulla sua via, continuandola o girandoci attorno, e quelli che hanno deciso invece di abbandonarla, spesso anche furiosamente. O potrebbe essere l’occasione per riconoscere la sua traccia in àmbiti diversi, dalla teologia alla psicoanalisi, dalla letteratura alla fisica, dalla cibernetica all’architettura; o anche per riaprire i dossier scandalosi delle sue scelte (im)politiche. Forse però questo anniversario ci invita a ripensare uno dei temi più celebri, anche se meno compresi, della sua opera maggiore, Essere e tempo (1927): appunto l’essere-per-la-morte come la caratteristica propria dell’essere umano.Non dell’ovvia constatazione che tutti moriremo, né di un lugubre “memento mori” si tratta qui, ma della scoperta che noi “siamo per” la morte proprio in quanto e fin quando viviamo. Il senso della finitezza del nostro “esserci” (Dasein) come esseri-nel-mondo trascende il finire biologico: non è la cessazione, il fermarsi della vita, ma esattamente il movimento e il compimento che appartengono alla vita in quanto vita.A differenza di tutti gli altri enti che si incontrano nel mondo, i quali sono solo “quello che sono” e dunque sono disponibili a ciò che noi possiamo farne, noi invece esistiamo in quanto siamo quello che “possiamo” essere. Il nostro esistere (un verbo questo che per Heidegger designa solo gli umani, perché tutti gli altri enti “sono”, ma non “esistono”) è caratterizzato dalla possibilità più radicale che abbiamo, quella di comprendere l’essere di noi stessi e delle cose che incontriamo nel mondo. Questo non dipende certo dal fatto che tutti si occupino di filosofia: sarebbe stucchevole! Dipende piuttosto da una postura ontologica, cioè da un modo di essere costitutivo, di cui il più delle volte non siamo consapevoli, e che tuttavia “sentiamo” o “patiamo” in noi stessi. Prima di ogni teorizzazione, la nostra comprensione dell’essere è una coloratura emotiva o uno stato d’animo che “accorda” di volta in volta la nostra vita al mondo. Sempre “gettati nel mondo”, ma insieme sempre aperti al senso d’essere del mondo. Per capirlo, bisogna patirlo: scoprire questo è il compito della filosofia.Così viene allo scoperto ciò che è proprio e ciò che è improprio dell’esistere. Comprendere noi stessi solo come enti determinati tra gli altri è qualcosa di inautentico, perché risolve il nostro essere in una mera “presenza sottomano” o in un mezzo utilizzabile per altri scopi, e nega la nostra apertura irriducibile al futuro, cioè il fatto che possiamo comprendere e “sentire” l’essere. Ma questa possibilità si “compie” veramente non quando si realizza in un certo modo o in un altro, ma quando comprendiamo che la nostra più propria e più estrema possibilità è “la possibilità dell’impossibilità [...] di ogni esistere”. All’apparenza suona come una definizione fumosa se non contraddittoria, ma a leggerla bene racchiude in sé un pensiero potente: che noi siamo trascendenti rispetto a tutte le nostre realizzazioni ontiche, siamo esseri irriducibili non solo ad altri enti, ma anche a noi stessi.L’impossibile non è ciò che non può mai succedere, ma è l’accadere più proprio di noi stessi. Le cose si realizzano, mentre noi, cercatori del senso, ci compiamo proprio perché non possiamo mai realizzarci veramente. Ecco il paradosso: l’essere-per-la-morte è il richiamo a ciò che è più vivente nella vita. L’impossibile non è una nostra incapacità, ma la nostra “vocazione”, ciò che ci chiama a essere noi stessi. Certo, esso richiama il “niente”, ma questo nome non indica l’assenza di ogni cosa, bensì ciò che si differenzia dall’“ente”: l’essere che si sottrae alla nostra presa e al tempo stesso ci attrae, perché apre lo spazio del senso e della verità delle cose, che non possiamo mai ridurre alle nostre misure.Quando arriviamo a comprendere questo impossibile, un futuro che non potremo mai raggiungere come un traguardo perché lo portiamo continuamente dentro di noi (come il nostro “passato”), siamo per Heidegger pervasi dall’angoscia, spaesati di fronte all’enigma dell’essere che si ritrae dagli enti. Ma proprio in questo spaesamento il problema dell’essere, archiviato negli annali della metafisica, torna a farsi sentire – non nei cieli della teoria, ma nelle viscere dell’esistenza. Solo come essere-per-la-morte l’uomo scopre la sua “essenza metafisica”: la cosa cioè più concreta e urgente della vita. Così sorprendente, quando si manifesta, che ci farebbe dire: “Mi sembra impossibile!”Mi piace ricordare così l’anniversario della morte di Heidegger, di uno che ci ha mostrato in maniera inedita e provocante la forza dell’impossibile che abita la nostra vita.
Ha visto la forza dell’impossibile che abita la nostra vita. Heidegger a 50 anni dalla morte
A mezzo secolo dalla scomparsa del filosofo tedesco, torna attuale la sua intuizione più radicale: l’uomo si compie non in ciò che realizza, ma in ciò che resta irriducibilmente aperto. L’angoscia, il nulla e il senso: perché Heidegger ci parla ancora











