Rispondeva sempre, quando lo chiamavi, Edgar Morin, la voce sempre più debole, il pensiero forte nel prendersi carico di tutte le contraddizioni del mondo, decifrarle, cercare una via per uscirne, sapendo che, al tempo stesso in cui ci provava, se ne stava affermando un’altra per infognarci ancora di più. “Tutte le regressioni sono possibili fino a che non apparirà la nuova via politica-ideologica-economica-ecologica-sociale guidata da un umanesimo rigenerato. Sarà questa a guidare le vere riforme che non sono continui tagli di bilancio, ma riforme di civiltà legate alla riforma della vita”.
Edgar Morin aveva riflettuto sul “confinement” (noi in Italia lo abbiamo chiamato lockdown…) nella crisi del Covid e se ne era uscito con una delle sue formule paradossali: “Chiusi nell’immediato dalla società, abbiamo la possibilità di aprirci a noi stessi”.
Come sia andata a finire, ognuno può rispondere per sé.
Lui Edgar Morin non ce lo può più dire. È morto all’età di centoquattro anni che non è una vita ma una sequela ininterrotta di vite: il Novecento con tutto ciò che ha voluto dire, il ventunesimo secolo con tutto quello che Morin ha saputo elaborare fin dal Dopoguerra. Filosofo, sociologo, pensatore, più semplicemente intellettuale alla francese e cioè perennemente “engagé”, capace di affermare la contraddizione come metodo, “interprete del presente” quella materia instabile come nessun altra. Un “agitatore di idee” impegnato, come scrive Le Monde, “in un corpo a corpo senza respiro con il secolo, dedito a legare i saperi per elaborare il suo pensiero complesso, intellettuale popolare, vecchio resistente, profondamente umanista, militante per un’insurrezione delle coscienze”.











