Era l’ultimo “maître à penser“ contemporaneo. Un "pensatore universale" secondo il presidente Emmanuel Macron, "l’uomo che ha illuminato la nostra epoca" secondo François Hollande. Sociologo, filosofo, antropologo, epistemologo, perfino romanziere, Edgar Morin si è spento ieri a Parigi a 104 anni. "Fino agli ultimi giorni è rimasto attento al mondo e alle grandi sfide dell’umanità. Oggi il vuoto che lascia è immenso, ma il suo coraggio e il suo rigore morale continuano a guidarci", ha commentato Sabah Abouessalam, la sociologa marocchina che Morin aveva sposato nel 2012. Era il suo quarto matrimonio: lui aveva 91 anni, lei 53. "Sento che la vita mi ama ancora, che vuole ancora darmi della gioia, che sa ancora cosa fare di me", disse Edgar al sindaco Bertrand Delanoe che gli consegnò per l’occasione la medaglia della città di Parigi. E aggiunse: "La vecchiaia per me è una scala che percorro verso l’alto, non in discesa verso la tomba".
Impossibile incasellare questo "intellettuale onnivoro", curioso di tutto, che considerava il dubbio e l’autocritica come strumenti indispensabili: la politica e l’ecologia, il pop e il cinema, la canzone e la moda, le nuove tecnologie e la sfida ecologica, James Dean e Brigitte Bardot, nulla sfuggiva al teorico del "pensiero complesso", all’uomo che si vantava di non aver perso "nemmeno un minuto" nella sua vita e che ha saputo sublimare i piaceri del corpo e dello spirito. Morin ci lascia in eredità una cinquantina di opere, fra cui Autocritica, La natura dell’Urss, I miei demoni, L’Uomo e la Morte e soprattutto Il Metodo, sei volumi che gli hanno richiesto trent’anni di lavoro, in cui spiega come incanalare e organizzare la conoscenza.










