PARIGI – Un maestro del pensiero critico e un uomo pieno di passioni. Edgar Morin si è spento all’età di 104 anni. Il celebre studioso era considerato uno degli ultimi maîtres à penser della cultura francese contemporanea, uno spirito coraggioso e libero che ha fatto del dubbio e dell’autocritica gli strumenti indispensabili di una riflessione tesa a fare i conti con le metamorfosi e la complessità della contemporaneità in divenire.

Erede diretto dello scetticismo di Montaigne e dell’enciclopedismo illuminista, ma anche grande ammiratore di Pascal, Morin era un intellettuale onnivoro, al contempo sociologo e filosofo, antropologo e epistemologo. Da sempre refrattario agli schematismi ideologici e ai ghetti disciplinari, ha combattuto l’arroganza dello specialismo, unendo il gusto della riflessione e alla pertinenza dell’osservazione empirica in nome di un approccio interdisciplinare finalizzato alla realizzazione di quella ecologia delle idee che, insieme alla centralità dell’etica, considerava indispensabile all’avvento di una società più giusta. Per Morin infatti il lavoro intellettuale aveva un senso solo se finiva per concretizzarsi in proposte politiche realistiche e percorribili. E da questo punto di vista, benché conscio dei molti rischi corsi dal pianeta, era però convinto che i periodi di crisi fossero comunque ricchi di potenzialità, a condizione che la civiltà occidentale rinunciasse a rincorrere ostinatamente un’idea di progresso «basata esclusivamente sulla fiducia cieca nel potere della tecnica e dell’economia». Nato a Parigi l’8 luglio del 1921 da una famiglia di ebrei sefarditi, nei primi anni quaranta Edgar Nahoum partecipa attivamente alla resistenza antinazista, adottando per la prima volta lo pseudonimo Morin che poi conserverà per tutta la vita. Nel dopoguerra frequenta assiduamente Marguerite Duras, Dionys Mascolo e Robert Antelme, e intanto pubblica L’an zéro de l’Allemagne (1946), primo titolo di una imponente bibliografia che alla fine della sua vita conterà oltre cinquanta libri.