Au revoir Monsieur Morin. Si è spento il 29 maggio, all’età di 104 anni, Edgar Morin (come si è appreso dalla famiglia solo nelle scorse ore). Era uno degli ultimi, autentici maîtres-à-penser ancora in circolazione. Un “immortale”, in tutti i sensi, profondamente umanista (o «umanologo», come si autodefiniva) ed erede estroso dell’Illuminismo. In seno al sistema culturale francese, dove la specializzazione e la settorializzazione identificano due principi fondanti, il sociologo, filosofo, antropologo (e tanto altro ancora) Edgar Nahoum – questo il suo vero nome – ha rappresentato una straordinaria eccezione. È stato un alfiere della multidisciplinarità e transdisciplinarità, e del pensiero della complessità, diventando un riferimento per gli studiosi che hanno contribuito alla sua elaborazione. Si è occupato di una molteplicità di argomenti, spaziando dall’epistemologia alla pedagogia, dalla politica all’estetica e alla cinematografia (che, come scrisse, ha il pregio di «risvegliare l’interrogativo chiave di ogni filosofia», quello sullo spirito, o il cervello).
Nato a Parigi l’8 luglio del 1921 in una famiglia ebrea sefardita di radici livornesi, fu un deciso sostenitore del Fronte popolare di Léon Blum e un simpatizzante del movimento surrealista, e a 20 anni, nella Francia collaborazionista e occupata dai nazisti di Vichy, entrò nel Pcf (da cui verrà espulso dieci anni dopo per il suo orientamento antistalinista). Nel ‘42 aderì alla Resistenza, dove servì con i gradi di tenente, facendo anche la conoscenza di François Mitterrand, e assunse il nome di copertura di “Morin”, utilizzato per non cadere nelle grinfie della Gestapo, che conserverà per sempre. Nel ‘44 partecipò alla liberazione di Parigi, e l’anno successivo svolse il ruolo di responsabile dell’Ufficio propaganda del governo militare. Esperienze quelle di «soldato della Resistenza», insieme a svariate altre, che ne hanno fatto un intellettuale lontanissimo dalla torre eburnea e dall’astrazione, con una vocazione spiccata all’impegno civile, che spenderà sempre a sinistra, e all’immersione nelle dinamiche – anche le più drammatiche – della società. Come, nuovamente, nel suo attivismo in occasione della guerra d’Algeria, nella partecipazione al ’68 (in quell’anno, insieme ad altri due “eretici” come Cornelius Castoriadis e Claude Lefort, diede alle stampe Mai 68, la Brèche, Fayard), o in alcune sue ricerche configuratesi, di fatto, come le prime indagini etnologiche sulla Francia contemporanea.











