Complessità è il termine che fa da compendio alla filosofia di Edgar Morin. Indica ciò che è intessuto insieme, per significare non tanto la difficoltà o il caos, quanto la proprietà costitutiva del reale, nella sua irriducibilità a un unico schema o a un’unica verità. Morto il 29 maggio 2026 a centoquattro anni, Morin ha impiegato l’intero corso di una vita eccezionalmente lunga per dissuadere il pensiero moderno dall’imboccare la via larga della semplificazione, che non è mai un metodo e che sempre esercita una forma di violenza sulla composita trama del reale.
Nato Edgar Nahoum l’8 luglio 1921 a Parigi, in una famiglia ebrea sefardita originaria di Salonicco, rimase orfano di madre a soli dieci anni. Combatté nella Resistenza adottando lo pseudonimo con cui sarebbe diventato famoso. Nel 1951 fu espulso dal Partito Comunista francese per aver rifiutato di piegare il proprio giudizio alle prescrizioni ideologiche della dirigenza stalinista. Il libro Autocritica, pubblicato nel 1959, che documenta quella rottura, costituisce uno dei rari esempi nella storia intellettuale europea di un pensatore capace di scrutare anzitempo e con lucidità i meccanismi che presiedono al proprio autoinganno, all’adesione poco meditata a un sistema chiuso di credenze, in cui un’idea collettiva pretende l’abdicazione al ragionamento individuale.










