Santu Vitu, Santu Vitu,/e tri voti vi lu dicu./E chiamativi ’stu cani/chi mi voli muzzucari./Denti di cira e di ferru filatu,/iettati ’nterra, canazzu arraggiatu. È un’invocazione di tradizione orale contro i morsi dei cani idrofobi tramandata nel Trapanese, precisamente a Mazara del Vallo. Qui è suggestivo Lu Fistinu di Santu Vitu, concepito dal gesuita del posto Natale Cardenas; una rappresentazione teatrale en plein air realizzata con un dispositivo di macchine sceniche. In linea con i dettami del teatro gesuitico viene messa in scena per la prima volta nel giugno 1728 e persiste oggi con modalità ovviamente dissimili. Secondo il Martirologio Geronimiano, Vito nasce a Mazara nel III secolo. Rimasto orfano di madre, per crescere viene affidato dal padre Ila alla nutrice Crescenzia e al pedagogo Modesto.
I due, all’insaputa del padre, battezzano Vito e lo fanno crescere secondo i dogmi cristiani. Quando inizia la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, Vito è già noto nell’area mazarese per i propri prodigi. Su istigazione del padre viene arrestato dal governatore Valeriano, che lo tortura nel vano tentativo di fargli abiurare la fede. Anche Crescenzia e Modesto vengono arrestati. I tre sono liberati miracolosamente da un angelo che intima loro di salpare con una barca, con la quale approdano alla foce del Sele, inoltrandosi poi in Lucania per continuare la missione. La fama di taumaturgo arriva fino a Diocleziano, che lo vuole a Roma per guarire il figlio dall’epilessia, detta anche Corea in campo medico, meglio nota come ‘Ballo di San Vito’.














