La parola più usata da americani e iraniani per parlare del memorandum che dovrebbe aprire la strada al negoziato vero e arrivare a un accordo definitivo sul progetto nucleare dell’Iran, sul controllo dello Stretto di Hormuz, sulle sanzioni a Teheran, ieri era: “Speculazione”. Per una volta, mentre circolavano bozze contrastanti sul memorandum, le autorità americane e quelle iraniane hanno lanciato lo stesso messaggio: non speculate, l’accordo è vicino. A ogni annuncio, però, l’accordo sembrava allontanarsi un po’, soprattutto perché le “speculazioni” che apparivano tanto sulla stampa americana quanto su quella iraniana erano con ogni probabilità spinte dalle due amministrazioni. Il problema è che le notizie che arrivavano da Washington e quelle che giungevano da Teheran raccontavano due accordi inconciliabili, esponevano punti che variavano di numero, ma soprattutto nel contenuto. Spifferare dettagli dell’accordo per siglare un memorandum d’intesa è diventato così parte del negoziato, un esercizio di pressione, un modo per mandarsi messaggi, per velocizzare o rallentare, mentre i negoziatori coinvolti cercavano di trovare un punto di incontro. Non accade spesso che dietro a un negoziato ci sia una squadra di paesi tanto nutrita e ai colloqui fra Washington e Teheran sta partecipando quasi tutto il medio oriente. Il Qatar che per mesi è rimasto nell’ombra, ha mostrato negli ultimi giorni il suo ruolo di guida, cimentandosi in un altro negoziato complesso nella regione e provando ad accorciare le distanze fra l’Amministrazione americana e il regime iraniano. I qatarini erano rimasti nascosti, non potevano ammettere il loro ruolo dopo essere stati colpiti direttamente dai droni di Teheran nelle prime settimane della guerra iniziata il 28 febbraio. E’ stato mandato avanti il Pakistan, che ha fatto da immagine, spola e da parafulmine, mentre Doha continuava a brigare, a mandare i suoi emissari da un parte all’altra, sostenuta da tutti i paesi del Golfo. Tutti vogliono un accordo, vogliono che la regione si liberi dalla minaccia dell’Iran, che lo Stretto di Hormuz non sia più strozzato dai pedaggi di Teheran, ma tutti sanno che gli americani e gli iraniani vogliono due accordi opposti e da una guerra non possono uscire due vincitori. La proposta di Trump che ieri ha alternato soddisfazione e minaccia, è stata di dedicare l’intesa, quando verrà raggiunta, a Islamabad, e il ministro degli Esteri dell’Iran, Abbas Araghchi, ha pure preso a chiamare il possibile memorandum “accordo di Islamabad”. Ieri il primo ministro pachistano Shahbaz Sharif fra tutti i mediatori coinvolti è stato il primo a usare toni di ottimismo mentre gli altri tacevano: “Possiamo confermare che è stato raggiunto un testo definitivo e concordato dell’accordo di pace e che il Pakistan sta ora lavorando a stretto contatto con entrambe le parti per definire i prossimi passi. La pace non è mai stata così vicina come ora”. Gli americani vogliono che nel memorandum ci sia l’impegno a trattare sul nucleare e la riapertura totale dello Stretto di Hormuz. Gli iraniani invece lavorano su un accordo che mantenga il loro controllo sullo Stretto, assieme agli omaniti, nessun vincolo sul nucleare e soprattutto la restituzione degli asset congelati in parte al momento stesso della firma.Il 13 giugno dello scorso anno iniziava la Guerra dei dodici giorni, i caccia israeliani partivano per l’operazione “Leone che si erge” per colpire obiettivi del regime in Iran. Gerusalemme si era coordinata con gli Stati Uniti, sapeva che Trump avrebbe potuto prendere la decisione di effettuare un attacco mirato contro le strutture per l’arricchimento dell’uranio con i bombardieri B-2 che possono colpire fino a sessanta metri di profondità nel terreno, a sufficienza per danneggiare alcuni siti fondamentali per il progetto nucleare come Fordo. Israele non dispone di questi bombardieri, gli Stati Uniti arrivarono in aiuto mostrando all’Iran di essere disposti a molto contro il regime. Fu un segnale di coordinamento fra Stati Uniti e Israele e anche l’indicazione che il presidente americano non era restio alle azioni militari. Il 28 febbraio scorso, Gerusalemme e Washington sono entrate in guerra insieme contro Teheran ma per gli israeliani un punto è sempre stato chiaro e su questo si concentrava tutta la loro scommessa: la parola “fine” l’avrebbe messa Trump, non loro. E non tutti erano convinti che l’idea della fine avrebbe coinciso. Il dubbio è aumentato quando Trump ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di non rispondere all’attacco lanciato dall’Iran domenica scorsa. Israele non ha potuto non rispondere, gli attacchi reciproci sono andati avanti per dodici ore. In Israele il numero e la sua corrispondenza con quello della guerra dello scorso anno non sono passati inosservati: fra la Guerra dei dodici giorni e quella delle dodici ore scorrono tutti i cambiamenti che il medio oriente ha registrato in un anno e quelli che un accordo frettoloso rischia di vanificare. Ieri Netanyahu ha detto di essere in coordinamento con Trump sul fatto che l’Iran debba essere privato delle sue capacità nucleari. A questa richiesta nella trattativa non può rinunciare neppure il presidente americano, ma il memorandum è un modo per prendere tempo e l’unica cosa su cui la Repubblica islamica e gli Stati Uniti sono sicuramente d’accordo è che il memorandum estenderà il cessate il fuoco di altri sessanta giorni, in cui dovranno proseguire i negoziati. Come verranno riempiti questi sessanta giorni è la domanda attorno alla quale girano il successo o l’insuccesso del progetto di Trump in medio oriente.