ROMA – “Sono appena tornato da Bunia e quello che ho visto lì rimane impresso nella mente – racconta Douglas Noble, medico responsabile dell’UNICEF per le emergenze sanitarie pubbliche e responsabile globale per l’Ebola – la prima cosa che colpisce è il contesto. La parte orientale della Repubblica Democratica del Congo ha subito decenni di conflitto. Molti bambini e famiglie sono stati sfollati. Ospedali e cliniche sono spesso a corto di forniture. Le persone sono costantemente in movimento – in fuga dalla violenza, seguendo le rotte minerarie, alla ricerca di servizi – e questo rende la sorveglianza e la risposta particolarmente difficili”.

La difficile situazione dei bambini difficile. Nell’Ituri, più della metà dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione cronica. Più di uno su cinque non ha ricevuto alcuna dose di vaccino. Questo significa che non hanno mai ricevuto la prima dose del vaccino di base contro difterite, tetano e pertosse. Un indicatore del limitato accesso all’assistenza sanitaria. E si tratta di bambini già molto vulnerabili.

La capacità di assorbire ulteriori fattori di stress era già al limite. Poi è arrivata l’epidemia di Ebola. Le precedenti epidemie di Ebola nella regione dimostrano quali possano essere le conseguenze per i bambini. Questi ultimi hanno rappresentato una quota significativa dei casi e una percentuale ancora maggiore dei decessi; i più piccoli hanno registrato i tassi di mortalità più elevati e molti sono rimasti orfani o separati da chi si prendeva cura di loro.