Un mese dopo la segnalazione dei primi casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), l’epidemia di ebola continua a diffondersi tra la popolazione. Secondo gli ultimi calcoli dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), le autorità sanitarie locali hanno rilevato 676 casi e ci sono stati almeno 136 morti riconducibili al virus. I dati sono però parziali e si stima che possano esserci decine, se non centinaia, di casi non rilevati soprattutto nella provincia nord-orientale di Ituri, al confine con l’Uganda.
La provincia è isolata, a quasi tremila chilometri di automobile dalla capitale Kinshasa, e per diverse settimane è stato difficile organizzare il tracciamento dei contatti. Il personale sanitario nella zona deve inoltre fare i conti con le notizie false che vengono messe in circolazione su ebola, comprese quelle secondo cui sarebbero gli stessi soccorritori a diffondere la malattia. La disinformazione si aggiunge alle difficoltà sul campo nel ridurre la diffusione del virus, che si trasmette attraverso il contatto diretto con i fluidi di una persona malata, come sangue, saliva, feci e vomito.
In mancanza di protezioni adeguate, chi assiste le persone con sintomi ha quindi un alto rischio di essere contagiato. Lo stesso vale per le procedure di sepoltura, perché il virus rimane a lungo contagioso anche dopo la morte della persona infetta. Gli operatori sanitari hanno però difficoltà a convincere la popolazione a rinunciare a buona parte dei riti funebri, con molte persone che mostrano di preferire il rischio del contagio pur di seguire le cerimonie per la sepoltura dei loro cari.







