Nel primo trimestre del 2026 il mercato del lavoro europeo ha continuato a muoversi nella direzione giusta. Secondo Eurostat, il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni nell’Unione europea è salito al 76,3 per cento, un decimale in più rispetto al 76,2 per cento registrato nell’ultimo trimestre del 2025. È un avanzamento minimo, certo, ma non irrilevante in una fase in cui la crescita europea resta fragile e diseguale.Dentro questo quadro, l’Italia si colloca tra i paesi con la performance migliore. Tra il quarto trimestre del 2025 e il primo del 2026 il tasso di occupazione italiano è aumentato di 0,5 punti percentuali: l’incremento più alto tra i paesi dell’Unione. Un dato che, letto isolatamente, basterebbe a raccontare una buona notizia. Ma che diventa ancora più interessante se affiancato ai numeri diffusi dall’Istat. Nel primo trimestre del 2026, infatti, le ore lavorate in Italia sono cresciute dello 0,3 per cento rispetto al trimestre precedente e dell’1 per cento su base annua. Il numero degli occupati ha raggiunto quota 24 milioni e 207 mila persone, con 67 mila lavoratori in più rispetto al quarto trimestre del 2025. L’aumento riguarda i dipendenti a termine, mentre si registra un lieve calo dei dipendenti a tempo indeterminato.Sono dati positivi, che confermano la tenuta del mercato del lavoro: l’occupazione cresce e la disoccupazione si riduce. Allo stesso tempo, però, questi numeri non esauriscono il quadro. Resta aperto il tema della qualità economica dell’occupazione, a partire dal livello delle retribuzioni, che in Italia continua a rappresentare uno dei principali elementi di debolezza. Secondo i numeri del rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1 per cento, contribuendo a un parziale recupero del potere d’acquisto. Ma in termini reali, cioè considerando la forte inflazione di questi anni, le retribuzioni orarie restano ancora inferiori di oltre l’8 per cento rispetto ai valori del 2020.Il nodo, sottolinea l’Upb, resta quello della produttività. Senza un aumento robusto della capacità del sistema economico di generare più ricchezza a parità di lavoro sarà difficile sostenere nel tempo redditi, competitività, welfare e finanza pubblica. È la vecchia malattia italiana che riemerge anche quando i dati del lavoro sembrano finalmente sorridere. Si può avere più occupazione, ma se ogni ora lavorata produce poco valore, anche i salari fanno fatica a salire.La fragilità si vede anche nella composizione sociale del mercato del lavoro. L’occupazione cresce e la disoccupazione scende, ma la popolazione in età lavorativa si è ridotta di oltre 70 mila persone nell’ultimo anno. Gli inattivi restano più di 12 milioni, due terzi dei quali donne. In un paese che invecchia rapidamente, non basta creare nuovi posti di lavoro: bisogna allargare la partecipazione, valorizzare il capitale umano, trattenere competenze.Ed è proprio guardando ai laureati che il problema dei salari diventa più grave. Il rapporto AlmaLaurea 2026 su lavoro in Italia e all’estero conferma quanto il divario retributivo sia marcato anche tra i laureati. Per coloro che hanno conseguito una laurea di secondo livello nell’università italiana, la retribuzione mensile netta a un anno dal titolo è pari a 2.290 euro per chi lavora fuori dal paese, contro 1.452 euro per chi resta. A cinque anni dalla laurea la distanza aumenta ulteriormente: 2.941 euro contro 1.840. Certo, nel confronto pesano il costo della vita e le diverse condizioni dei mercati del lavoro. Ma una distanza così marcata dice qualcosa di più: l’Italia continua a fare fatica a trasformare le competenze qualificate in salari adeguati.