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Divisi da un soffio di preferenze, appena 1.400, su un totale di quasi venti milioni di elettori. Ma quel pugno di voti deciderà il nome del prossimo presidente del Perù, il nono in appena 10 anni, il che la dice lunga sulla polarizzazione e sulla fragilità politica della nazione andina: se a prevalere sarà Roberto Sànchez, nazionalista di sinistra, ex ministro del commercio sotto la presidenza di Pedro Castillo (ora in carcere con una condanna della Corte Suprema a 11 anni, 5 mesi e 15 giorni per cospirazione, per aver tentato di sciogliere il Congresso nel 2022, per evitare di finire sotto impeachment); oppure se la prossima presidente sarà la leader della coalizione di destra Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, condannato per corruzione e violazione dei diritti umani, morto nel 2024. Il leggerissimo vantaggio, per quel che conta quando lo spoglio, lentissimo, delle schede è arrivato al 98,2% (alla data e ora di pubblicazione. Qui l’aggiornamento in tempo reale ndr), è a favore della candidata Fujimori. Mentre Sanchez era stato stimato in vantaggio agli exit poll. Una corsa serrata come mai, e dunque come mai aperta a contestazioni, a ricorsi, perché anche un minimo sospetto d’irregolarità potrebbe cambiare l’esito dello spoglio. E alla Commissione elettorale sono stati già inviati circa 1500 verbali, ciascuno dei quali contiene dai 200 ai 300 voti, che necessitano di un controllo più accurato, per stabilire se siano validi o meno: circa 400.000 schede che saranno dunque decisive, spostando l’ago della preferenza di qua o di là.