Franco La Cecla, antropologo nomade e libertario e Aparecida Vilaça, docente al Museo Nazionale dell’Università di Rio de Janeiro, sono cantori di storie in cui l’antropologia prospettica di sapore nietzscheano, la critica alla moda indigenista e una passione sfrenata per l’arte di Sherazade, fluiscono in diari «sul campo» che restituiscono l’esperienza di mondi altri in questo mondo. Il paradigma indigeno (pp. 140, euro 14) e Paletò e io (pp. 212, euro 18, traduzione di Cecilia Tamplenizza), entrambi editi da Meltemi, si leggono come due romanzi di genere, esempi di un’antropologia partecipata in cui è un’arte della vita ad essere raccontata.
PER L’ETNOLOGA BRASILIANA si tratta della prova d’esistenza intricata nell’antropologia «cannibale» di Viveiros de Castro. Per Franco La Cecla del racconto di cinque luoghi sensibili delle estremità del mondo, i Maori, i Mapuche, gli sciamani della terra del Fuoco e gli incontri con Ricardo Ant, autore di una Enciclopedia ai Tropici, biografia di uno dei grandi storici eco-indigenisti, Carlos Alberto Ricardo, e con Rosa Jijon e Francesco Martone del collettivo artistico A4C Art for the Commons, attivo con istallazioni critiche della geografia geolocalizzata e delle mappe geoidriche che indicano un univoco corso dei fiumi.







