L’arte è menzogna, dalla notte dei tempi, ma fa un bell’effetto sentirselo ribadire in un reticolo di preziosi intarsi metaletterari; l’arte è festa sregolata; l’arte sono fluidi corporei, putridi e giubilanti. Sta tutta qui l’essenza della Storia della mia colombaia (Istorija moej golubjatni, 1925-1937), ciclo di racconti autobiografici di Isaak Babel’ per la prima volta trasposti in italiano in questo assemblaggio da Giovanni Maccari per Quodlibet (pp. 149, € 13,00).
Del grande maestro odessita della prosa breve, massacrato da Stalin, ci sono più familiari i toni di epopea intrisa di orripilante magnificenza dell’Armata a cavallo e quelli non meno mitici del folclore urbano ebraico dei Racconti di Odessa. È da questi ultimi, smontati e ripensati dall’autore già in vita, secondo una diversa declinazione della sua connaturata poetica della ciclizzazione, tutta e rimandi e riprese, che nasce la nuova versione italiana, basata su un’ipotesi di ricostruzione del testo russo pubblicata per la prima volta da Igor’ Suchich nel 2006. Babel’ intendeva unificare i suoi racconti a sfondo autobiografico, tutti già editi, e aveva riplasmato, per nessi e consequenzialità, soprattutto quelli della prima parte, senza affinare però l’idea, in primo luogo per l’inconciliabilità di un materiale e una forma così scabrosa con l’egemonia ormai inamovibile del realismo socialista. Perfettamente legittimo, quindi, dato l’alto grado di arbitrio dell’edizione russa, che Maccari escluda uno dei primi racconti in ordine di stesura, ancora immaturo, e uno degli ultimi, già interamente immerso nell’atmosfera sovietica.






