Attratto dalla cultura russa pur senza conoscerne la lingua, nel 1945 un poeta (e partigiano) dallo schietto profilo neorealista – Franco Matacotta – si lasciò irretire dalle vigorose visioni di un autore scomparso più di due decadi prima – Nikolaj Gumilëv – e con l’ausilio dell’émigrée Valentina Preobraženskaja mise mano a una versione delle liriche che nel 1910 erano state raccolte nel volume moscovita intitolato Perle, oggi riportato alla luce, direttamente dagli archivi di famiglia, dal giovane studioso Stefano Fumagalli, che lo presenta arricchendolo di utilissime note e commenti (traduzione di Franco Matacotta, Passigli, pp. 186, € 19,50).

Figura di poeta assai poco maneggevole, ricordato per lo più come primo marito di Anna Achmatova e come ideatore delle tesi acmeiste, oltre che per la sua fine tragica, Nikolaj Gumilev era inviso a molti per il suo temperamento indocile (e le simpatie monarchiche), mentre era adorato dai giovani allievi, i «gumiliotti» – la «ragazzaglia poetica», nella storica traduzione di Nilo Pucci della Necropoli di Vladislav Chodasevich.

Venne imprigionato con l’accusa di cospirazione controrivoluzionaria e trascinato davanti a un plotone d’esecuzione il 26 agosto 1921, facendo in tempo a scrivere, da recluso, una delle fantasie poetiche (con decapitazione) più disturbanti del Novecento: Il tram che si smarrì. Con la sua tempra da domatore del verso, sempre sulle tracce dei timbri più assordanti, delle bestie più feroci, delle gioie più amare, il poeta russo ci catapulta nelle dimensioni esotiche in cui la sua «Musa dei viaggi remoti» lo strattona, per presentarci un universo corrusco, convulso, che ha la scoperta come faro e l’assillo dell’inconoscibile come rotta, e in cui anche il tema amoroso trasuda una carnalità inquieta. Un universo che profuma di altrove e sdegna gli scorci più confortevoli per raccontare naufragi lungo tragitti spericolati.