In quel memoir dai toni spesso sferzanti che è Speranza abbandonata, Nadezda Mandel’štam ricorda con relativa gratitudine come Viktor Šklovski nel 1927 avesse dato a suo marito Osip, all’epoca disoccupato, un consiglio di sostanziale buonsenso: accantonare la poesia per mettersi a scrivere sceneggiature cinematografiche. Il progetto di un «grandioso» script per un film sulla vita quotidiana dei pompieri sovietici fallì miseramente a causa della riluttanza di Mandel’štam a imbrigliare la sua musa e a lavorare su commissione. Tuttavia non per questo Šklovskij smise di fornire a scrittori (e aspiranti tali) benintenzionati suggerimenti su come sopravvivere al caos degli anni Venti ed, eventualmente, far carriera.
Non si sa se i lettori del vademecum Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica, pubblicato sempre nel 1927, gli furono più riconoscenti di Mandel’štam, che in un gustoso articolo di quello stesso anno, Scrivo una sceneggiatura, dichiarò di aver maledetto Šklovskij «fino alla settima generazione» per quella sua dritta. Di certo la riproposta da parte di Quodlibet della traduzione del Mestiere realizzata da Pia Pera nel 1999 e prefata da Vittorio Strada e Emanuele Trevi (pp. 120, € 12,00) consente di apprezzare un lato diverso e, insieme, complementare dell’autore della Teoria della prosa, che per breve tempo aveva creduto di poter esercitare una funzione regolativa nell’infuocato clima letterario a lui coevo.






