Sebbene la bibliografia su Sergej Michajlovic Ejzenštejn – una delle figure più geniali e allo stesso tempo controverse della cultura sovietica – si sia ancora ampliata dopo l’accesso agli archivi che è seguito alla fine della Unione Sovietica, e anche il racconto della sua vita conti molteplici titoli – dalla prima edizione integrale delle Memorie (edita da Marsilio, nella curatela di Pietro Montani, 2006) alla precoce biografia scritta da Marie Seton, che lo conobbe, nel 1954 – il regista dell’Ottobre resta, se non proprio un mistero, una fonte probabilmente inesauribile per nuove domande e altri enigmi.

Anche perciò, il quarto romanzo di Guzel’Jachina – Ejzen Opera Buffa (traduzione di Claudia Zonghetti, e/o, pp. 575, € 22,50) si presenta come una scommessa: non solo è un ritratto convincente della figura di Ejzenštejn, e – attraverso il prisma del cinema sovietico, prima e dopo il sonoro – di una intera epoca, ma lancia una «ipotesi» di ricerca da ancorare al linguaggio, allo stile e alla struttura dei vasti materiali eisensteniani: film, disegni, scritti.

Mentre Jachina tiene conto dell’inevitabile mutamento di «registri espressivi» che segnano le multiformi attività di Ejzenštejn, aspira a far entrare anche la stessa voce narrante in quella polifonia, assegnandole una funzione di raccordo, che si fa sentire nel ritmo e nei cambi di tono.