Le suggestioni evocate dal nome di Fedor Tjutcev sono legate alle quattro centinaia di versi che ha lasciato: un corpus denso, spirituale e inquieto, sommamente apprezzato dai simbolisti russi delle generazioni successive e riecheggiato da Boris Pasternak in quei passaggi in cui si rivela capace – come il suo predecessore – di stringersi in un abbraccio da pari a pari con la natura. Autore anche di una serie di ben ponderati scritti politici, Tjutcev li concepì come segmenti da montare in forma di trattato (che come tale tuttavia non venne mai dato alle stampe) – espressione di un pensiero prezioso per la nostra comprensione degli umori russi nel secolare, altalenante confronto con l’Europa. Quei saggi vengono ora riproposti da Adelphi con il titolo La Russia e l’Occidente (a cura di Marco Filoni, con un saggio di Massimo Cacciari, pp. 230, € 14,00), andando ad affiancare le Poesie della stessa mano comparse nella medesima collana editoriale, con traduttore Tommaso Landolfi.

Si ricompone così la fisionomia unitaria di questo poeta-pensatore, al quale la storia dell’umanità non doveva apparire più impenetrabile dei segreti del mondo naturale. Perfino la Rivoluzione – che era tornata a farsi sentire in Europa con i Moti del ’48 – agli occhi dell’autore sembra incarnare, con la furente cecità delle passioni messe in campo, l’identico principio demoniaco del caos che spadroneggia nei suoi versi, contrapponendosi alle forze della luce e del rigore morale. Nel sistema da lui sbozzato in queste note, al capo opposto rispetto all’Europa «rivoluzionata» si staglia la Russia, metà «sana» (perché non toccata dal pensiero occidentale successivo alla rottura con la Chiesa romana) di uno stesso, inscindibile organismo, e investita di una missione salvifica nei confronti di un consesso di stati sull’orlo della catastrofe.