Rimini – Il giallo di Rimini resta tale. Perché la Giustizia, con la sentenza di assoluzione di Louis Dassilva dall’accusa di aver ucciso con 29 coltellate la vicina di casa Pierina Paganelli, ha compiuto il proprio compito a metà. Se da un lato infatti la giuria ha determinato che ci fosse un innocente in carcere da quasi due anni per un delitto che non aveva commesso, dall’altro lato ha lasciato una famiglia, quella della vittima, con un pugno di mosche in mano e nessuna risposta alla pressante domanda: chi ha ucciso Pierina Paganelli?
L'arrivo di Dassilva coi suoi legali alla conferenza stampa il giorno dopo l'assoluzione (Migliorini)
La procura non ha gettato la spugna e perseguendo con convinzione la propria tesi per cui l’assassino dovrebbe essere Dassilva, ha già anticipato il ricorso in Appello contro la sentenza che comunque poggia su un pesante «non ha commesso il fatto». Ma il verdetto di primo grado arrivato a Rimini nella notte tra martedì e mercoledì impone una riflessione sulla base di quel ragionevole dubbio riconosciuto dagli stessi giudici. Se la Corte dirà che siano ora da percorrere o meno le famigerate ’piste alternative’ suggestionate dagli avvocati di Dassilva, questo sarà possibile saperlo solo una volta lette tutte le motivazioni della decisione (attese entro 90 giorni).












