La Corte d’Assise di Rimini ha assolto Louis Dassilva dall’accusa di aver ucciso Pierina Paganelli, la 78enne assassinata a Rimini la sera del 3 ottobre 2023. La formula è una di quelle che nel lessico giudiziario dovrebbero essere chiarissime e definitive: “per non aver commesso il fatto”. Eppure proprio qui comincia il punto più interessante, e forse più scomodo, di questa vicenda: in Italia un’assoluzione, specie dentro un grande caso di cronaca, non viene più letta soltanto per ciò che dice la sentenza. Viene letta anche attraverso il filtro di tutto ciò che il pubblico ha già visto, sentito, discusso e sedimentato negli anni. E in questo filtro un nome pesa più di altri: Garlasco.
È lo stesso Andrea Guidi, difensore di Dassilva, a indicarlo senza giri di parole nell’articolo pubblicato da Il Resto del Carlino il 10 giugno 2026. L’avvocato rivendica “due anni di lavoro” per smontare l’impianto accusatorio, insiste sul fatto che la difesa ha lavorato sugli indizi ritenuti non adeguati e spiega che il perno della strategia è stato il “ragionevole dubbio”. Aggiunge anche un passaggio decisivo: il ragionevole dubbio “vive da molto prima di Garlasco”, ma il caso Stasi lo avrebbe fatto emergere in modo più eclatante nell’opinione pubblica. È un’osservazione che va presa sul serio, perché racconta una mutazione profonda: i grandi processi mediatici non influenzano soltanto il dibattito televisivo, ma cambiano la grammatica con cui il Paese interpreta i processi successivi.










