L’allarme è ufficiale e i suoi effetti, partiti dal Pacifico equatoriale, sono destinati a riverberarsi fino all’Europa e quindi anche all’Italia: Il NOAA ha confermato il ritorno di El Niño. Questo pattern climatico, in grado di modificare profondamente la distribuzione delle piogge e delle temperature su scala planetaria potrebbe incidere a breve su riserve idriche, agricoltura e, più in generale, su diversi settori strategici.
Gli indicatori oceanici sono inequivoci: l’indice Niño-3.4 mostra già un’anomalia di +0,7 °C, mentre le acque della regione Niño-1+2 risultano più calde della norma di ben +2,1 °C. Oceano e atmosfera si stanno muovendo all’unisono in questa nuova fase, e le proiezioni a medio termine non lasciano tranquilli. Esiste infatti un 63% di probabilità che tra novembre 2026 e gennaio 2027 l’episodio rientri nella categoria “very strong”, collocandosi tra i più intensi osservati dal 1950 a oggi.
Pur precisando che El Niño non è causato direttamente dal riscaldamento globale di origine antropica, l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) sottolinea come il fenomeno si stia manifestando in un contesto già “febbricitante”. Qui risiede il nodo più critico per l’Europa e per l’Italia: quando la variabilità naturale di El Niño si somma al surriscaldamento del pianeta, l’energia disponibile per alimentare ondate di calore e precipitazioni estreme cresce sensibilmente.








