Con Disclosure Day, uscito ieri nelle sale italiane, Steven Spielberg è tornato a fare ciò che ha fatto meglio per tutta la vita: guardare il cielo e chiedersi cosa ci sia dall'altra parte. Il film racconta di un analista della cybersicurezza che entra in possesso di prove governative sull'esistenza degli extraterrestri, tenute nascoste da quasi ottant'anni. Il mondo è sull'orlo della terza guerra mondiale. La domanda al centro non è se gli alieni esistano, ma se la loro presenza, una volta rivelata, possa fermare la deriva. È un'idea profondamente spielberghiana: la convinzione che l'incontro con l'altro possa modificare la traiettoria dell'umanità, che qualcosa di così grande da non poter essere ignorato possa costringerci a interrompere le nostre ostilità.

Così il ritorno agli alieni, quasi cinquant'anni dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo, offre l'occasione per rileggere l'intera traiettoria della fantascienza di Spielberg. Non come una sequenza di profezie più o meno azzeccate, ma come sistema coerente di domande che il cinema ha posto alla propria epoca e al futuro.

Il metodo: costruire il futuro per capire il presente

C'è un episodio che dice molto su come Spielberg concepisca la fantascienza. Mentre preparava Minority Report, convocò un gruppo di futurologi, scienziati ed esperti di tecnologia per immaginare insieme il mondo del 2054. Tutti concordarono su un punto: la privacy, così come l'abbiamo conosciuta attraverso i secoli, sarebbe diventata quasi impossibile da preservare.