Ecco il viaggio di una fragola in un unico piano sequenza.

Ed ecco un film dove la fiaba culmina nel rogo di quattro braccianti per raccontare la tragedia del lavoro, la Vita dei Campi a noi contemporanea che nessun Giovanni Verga – a eccezione di Sergio Nazzaro che se ne occupa da attivista e da pensante in quel di Mondragone – sembra voler denunciare oltre il disbrigo politicante.

La morte per caporalato, insomma, non è sufficientemente glamour per finire sui red carpet, non scuote i sempre sensibili in perenne assetto clic firmaiolo. È un tema di garanzia sociale, non un diritto civile su cui costruire una campagna di tendenza e così la fragola – colta a beneficio degli indifferenti – resta solo una festa per gli occhi, una nota di colore nel bianco della panna.

Ben riposta – tra angurie, meloni e ciliegie – rossa e lucida, nel proprio cestino in carta sostenibile, la fragola sembra dire “mangiami”, e dunque “comprami” nella giusta cornice etica di bollini qualità e relativa garanzia di eccellenza, freschezza e territorio.

Lo status urbano e borghese ne amplifica l’essenza succosa, dissimulandone le origini.